Stanno parlando

Christian CORRE, Université de Paris VIII.

Guardare - sempre a lungo - un quadro di Isabelle Palenc è essere invitato a una grande avventura.
Anzi, al piacere immediato, alla certezza che questo piacere è proprio dovuto all’arte della pittura, si aggiunge subito la sensazione che tra noi e la tela stia accadendo qualcosa di veramente unico. Qualcosa che ti costringe a pensare, ad andare oltre, ad andare oltre le nozioni legittime ma convenienti che rapidamente vengono in mente in presenza di un’opera di questo tipo : astrazione, gestualità, lirismo nell’espressione, felicità dell’armonia e della composizione.

Perché quella che si impone a chi sa vedere è una vera complessità, nel piccolo come nel grande formato, negli acrilici come nelle gouaches o nei disegni. Le opere di Isabelle Palenc sono inesauribili. Se sanno donarsi all’improvviso, e con quale generosità, sanno anche riservarsi, custodire i loro segreti per un po ’, per meglio svelarsi nel tempo.

Uno studio più approfondito mostrerebbe come il raffinato intreccio dei piani, le variazioni quasi musicali dei motivi, la ricchezza delle relazioni interne tra colori e forme, contribuiscano allo svelamento progressivo di un’immagine plurale che non smette di esigere nuove decodifiche. Non figurazione ovviamente, ma anche profusione
oggetti ambigui, vuoti o transizioni che a loro volta diventano figure, paesaggi fittizi in perenne mutazione.

Ciò significa che Isabelle Palenc, un’autentica colorista, è altrettanto una magnifica calligrafa : l’intrusione o il collage di testi, lettere e altri vari frammenti apre - in questi luoghi originali - un nuovo atto di scrittura coestensivo.
Così il tutto risponde spontaneamente all’ambizione di qualsiasi grande arte : combinare felicemente diversi livelli di significato e visioni nello stesso spazio di gioco.

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